Nel variegato mondo della terapia i tentativi più o meno convincenti di spiegare i successi si basano sul fatto che spesso ogni specialista offre delle ipotesi coerenti con la sua teoria di fondo, quella che ha “sposato”.

Per i diversi orientamenti il successo si otterrà attraverso la catarsi nelle terapie a orientamento psicodinamico, l’insight per le terapie prevalentemente cognitive, l’apprendimento di nuovi comportamenti per il comportamentismo, sostituendo le tentate soluzioni per l’approccio strategico, modificando la gerarchia della famiglia in alcune terapie familiari etc.

sicuramente la realtà dei rapporti umani è difficilmente riducibile a mono-spiegazioni e a sistematizzazioni eccessive. Alcuni approcci hanno la consapevolezza di compiere una riduzione di complessità ( il concetto di tentata soluzione né è un eccellente esempio) al fine di poter intervenire senza disperdersi nel mare magnum della stratificazione infinita dei livelli della vita.

Tuttavia nella maggior parte dei casi la spiegazione non ha nulla a che fare con il risultato raggiunto.

Questo crea, tra gli altri, il problema di invalidare la possibilità di replicare i risultati raggiunti da parte del terapeuta stesso e di chi voglia apprendere il modello.

Sarebbe un po’ come spiegare la vincita ad un “gratta e vinci” in quanto quel giorno portavo i pantaloni di velluto a righe.

In questo modo le ipotesi prospettate sono autoimmuni usando un linguaggio Popperiano, ovvero impossibili da dimostrare vere o false. Nel caso precedente se non vincessi potrei spiegarlo dicendomi che forse il pantalone fosse sgualcito. Inoltre sono poco operative, sganciate dal processo e dalle azioni messe in atto, nel senso che nel caso della spiegazione dei pantaloni, dovrei indossare nuovamente i pantaloni di velluto e almeno avrei un’azione da compiere, talvolta la spiegazione non offre nemmeno la possibilità di fare qualcosa di pratico.

Spesso come dovrebbe funzionare una tecnica, il perché dovrebbe funzionare è del tutto estraneo al processo realmente in corso.

Ad esempio se volessi conquistare una donna potrei pensare che aver detto una particolare frase sia la chiave per farla cadere ai miei piedi, quando invece è stato più importante l’ESSERE CONVINTO che quella frase la farà cadere ai miei piedi. In questo modo il mio atteggiamento, modo di pormi nei confronti della ragazza sarà completamente diverso da come mi sarei posto non sapendo bene cosa dire e dell’effetto delle mie parole.

Con questo non voglio nemmeno dire che il contenuto della propria comunicazione non sia importante, come molti cercando da tempo di dimostrare, ma che talvolta non conta o conta poco.

In ogni caso, sono state svolte ricerche che hanno tentato di individuare i fattori terapeutici condivisi da tutti i diversi orientamenti.
La più influente e significativa ricerca è quella di Jerome Frank che nel 1961 pubblicò Persuasion and Healing, uno libro cult della psicoterapia americana, in cui venivano studiati in modo approfondito e sistematico gli elementi terapeutici che accomunavano i diversi orientamenti psicoterapeutici.
In questa ricerca, e poi ritrovati con qualche variazione in molte altre seguenti, sono stati rinvenuti principalmente 4 fattori:

1. la relazione terapeutica

2. le aspettative (placebo) del paziente e del terapeuta

3. la personalità del terapeuta e le caratteristiche specifiche della persona

4. la tecnica/setting terapeutico

Quello che NON dicono queste ricerche è:

1. quali sono i fattori comuni che influenzano la VELOCITA’ di risoluzione del problema presentato
2. non indicano un processo sistematico che metta insieme questi fattori né se debbano essere compresenti e in che modo
3. sono spiegazioni che non spiegano tutto sommato moltissimo, in quanto l’effetto terapeutico di questi fattori può essere a sua volta spiegato in modo altrettanto variegato
4. non si può dedurre quali sono i fattori comuni di fallimento (di cui parlerò in un altro post)
5. non informano sull’effettivo mantenimento del successo (spesso trascurato)

6. lascia pensare che trovare un terapeuta sia più difficile del trovare l’anima gemella con cui mettere su famiglia (se non si capisce bene come muoversi per il paziente diventa davvero una cosa del genere)

Se è vero che “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria” come diceva Bateson, allora risulta importante che la teoria sia il più pratica possibile, che permetta di essere auto-correttiva e che non tenda a validare se stessa sia in caso di fallimento che di successo.

Esempio tipico è quello dello psicanalista che se fallisce lo spiega come una resistenza del paziente al cambiamento che finisce per confermare la validità della terapia stessa.

Ci vuole quindi una teoria della pratica che permette di costruire un processo replicabile, una procedura che possa essere misurata e migliorata per essere sempre più efficiente.

La Psicologia Evoluta vuole rappresentare questo. Un’applicazione tecnologica delle migliori pratiche e procedure della psicologia e dei diversi orientamenti terapeutici collegate in un sistema coerente di intervento trasmissibile e replicabile e che parta dalla natura dell’uomo e del suo ottimale funzionamento in contesti naturali.

Per questo risponde alle domande:

come costruire una relazione terapeutica efficace?
come utilizzare e generare aspettative terapeutiche?
come sviluppare la personalità del terapeuta?
come selezionare e mettere a punto la tecnica e il setting rispetto al problema e alla persona che abbiamo di fronte?
in quale ordine e sequenza agire per portare la persona da A a B? dove B rappresenta la risoluzione del problema

In quest’ottica Anthony Robbins ci offre un modello interessante. Per chi non lo conoscesse è un noto Coach americano, conosciuto come esperto di PNL ma meno conosciuto per essere uno dei pochi Coach con formazione alla terapia strategica (infatti collabora tuttora con Cloe Madanes, celebre terapeuta familiare strategica) e aver approfondito i diversi modelli terapeutici e i migliori terapeuti.

Dal suo punto di vista, dallo studio di come funzionano le terapie quando funzionano, il cambiamento avviene se si verificano questi passaggi in sequenza:

1.definire cosa si vuole ottenere

2.fare leva per cambiare

3.interrompere lo schema disfunzionale

4.trovare alternative potenzianti

5.condizionare in modo sistematico il cambiamento

6.fare un test ecologico del cambiamento

Questo schema molto più operativo permette di definire in modo chiaro diverse modalità per interpretarlo con stili diversi più o meno efficaci.

Ciò indica come, se non si sia completato il primo punto, non sia possibile saltarlo per andare al secondo e così via. Per cui, fino a quando il primo passaggio non è concluso, anche fossero passate mille sedute, non avremmo fatto nulla o quasi.

In questa direzione vanno anche letti i fattori terapeutici che altrimenti confondono più che chiarire. Per questo sono concetti che necessitano di quella che nel modello di Psicologia Evoluta si chiama Definizione EvolutaLa definizione evoluta è una tipologia di descrizione operazionale (introdotta da Jean Piajet) che è sia operativa che evolutiva, nel senso di sottintendere un processo che evolve a seconda delle fasi del processo terapeutico in corso.

Per fare un esempio la relazione tra terapeuta e (im)paziente evolverà nel corso del processo terapeutico per cui la sua definizione e gestione dovrà rispecchiare questo mutamento.

In conclusione in questo post ho voluto accennare ad alcuni concetti che riguardano l’efficacia della psicoterapia e come la Psicologia Evoluta si distingue dagli altri approcci, caratterizzandosi come orientamento che cerca di superare i limiti degli altri. Riparlerò dell’argomento in altri post dove entrerò più nel dettaglio.

 

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Il Dr Emilio Gerboni è Psicologo-Psicoterapeuta, formatore e Coach. ideatore del modello di Psicologia Evoluta, dirige i centri nelle sedi di Bologna e Pescara. Specialista in Psicoterapia Breve Strategica, Ipnosi Ericksoniana, EMDR, Schema Therapy e Psicoterapia Evolutiva. E' inoltre un songwriter con all'attivo due dischi e varie collaborazioni musicali.

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