Ci ha recentemente lasciati Jerome Bruner, psicologo che ha avuto un notevole impatto, in particolare sulla sfera dell’apprendimento e dell’educazione, e i cui insegnamenti rappresentano senz’altro una miniera per tutti gli educatori, formatori e psicologi ma anche per tutte le professioni in generale. Non è un caso che abbia influenzato anche me e nel suo pensiero abbia ritrovato conferma e conforto di alcune intuizioni.

Bruner è considerato uno dei padri del cognitivismo e ritenuto uno dei più grandi psicologi del Novecento. Una delle sue più belle affermazioni in proposito, che condivido profondamente, è questa:

I confini che separano discipline come la psicologia, la linguistica, la filosofia, la pedagogia etc. sono faccende amministrative senza alcuna rilevanza sul piano scientifico

L’educazione è vista da parte di Bruner in senso più ampio di quello delle mura scolastiche. La scuola costituisce solo una piccola parte degli strumenti di cui una cultura è dotata per formare alle sue convenzioni: può, e spesso lo è, essere in contrasto con gli altri sistemi per trasferire ai giovani le regole della vita in comunità.

Il dilemma che si pone Bruner in merito al ruolo della scuola è questo:

la scuola dovrebbe riprodurre la cultura in modo fedele oppure preparare ad affrontare il mondo in evoluzione che dovranno abitare i giovani? E come si deciderà come sarà quel mondo?

Domande importanti, non credete? Quello che si decide di fare a scuola ha senso solo nell’ottica più ampia degli obiettivi della società in toto. Una delle tesi di Bruner è che la cultura plasmi la mente, ci fornisca gli attrezzi con cui costruiamo il nostro mondo, la concezione di noi stessi e delle nostre capacità. La cosa che un po’ mi amareggia ma non mi sorprende è che, nonostante volumi illuminati come i suoi e quelli di altri studiosi, la direzione presa dalla società sembra essere quella della “cultura della “sformazione” e delle “ali tarpate”.

Tutto il malessere che esiste, specie nel nostro paese, può essere spiegato sulla base delle tesi di Bruner con la trasmissione di strumenti di demolizione piuttosto che di valorizzazione delle persone.

Quest’ultima avviene (quando va bene e la persona è sufficientemente illuminata) al termine della scuola, attraverso percorsi privati, di gruppo o individuali, per riscrivere nuovi apprendimenti sugli apprendimenti disfunzionali acquisiti nel corso degli anni.

Il risultato è una doppia fatica e una condizione di svantaggio:

  1. Necessità di sovrascrittura
  2. Minor plasticità cerebrale dettata dall’età
  3. Tempo in meno per costruire sulla base dei nuovi apprendimenti

Per questa ragione formazione, psicoterapia e coaching diventano percorsi indispensabili al fine di accelerare, recuperare ed acquisire gli apprendimenti funzionali di cui si ha bisogno per sostenere un mondo in evoluzione a cui non si è, ahimè, preparati.

Bruner mette al centro il valore della COMPRENSIONE, che significa cogliere il posto occupato da un’idea o da un fatto in una più generale struttura di conoscenza. In questa chiave l’insegnante è una guida alla comprensione, qualcuno che aiuta a capire le cose per proprio conto.

E pensare che il Italia abbiamo ben il 47% di analfabetismo funzionale, cioè capacità di leggere e scrivere ma incapacità di connettere e comprendere realmente (magari l’illusione di capire c’è).

L’obiettivo dell’istruzione di conseguenza dovrebbe essere LA PROFONDITA‘ e non l’ampiezza.

Secondo Bruner il veicolo di costruzione di cultura sono i MODELLI NARRATIVI offerti al fine di creare una versione di sé stessi nel mondo e attraverso i quali vengono offerti modelli di identità e di capacità di azione. Il culturalismo si occupa dei processi di creazione trasformazione dei significati messi in atto dagli esseri umani nelle comunità culturali.

Nel pensiero di Bruner una teoria dell’educazione si situa nel punto di intersezione tra natura della mente e natura della cultura. Per questo ci si interroga sull’interazione tra capacità mentali e quanto la cultura ne favorisca od ostacoli la realizzazione. Da una parte c’è ciò che la cultura valuta come cruciale per uno STILE DI VITA buono, utile o degno di essere vissuto, dall’altro c’è la modalità a cui l’individuo si adatta a queste richieste che possono essere un’interferenza sulla propria vita.

Di seguito 9 principi della psicologia culturale da lui fondata:

1. Il principio della prospettiva

La vita in una cultura è l’interazione tra le visioni del mondo influenzate dalle istituzioni e quelle che si vanno formando dalle storie individuali. Una buona educazione dovrebbe promuovere la flessibilità di visione, ma solitamente sponsorizza e protegge la visione che domina lo status quo, il che è un suicidio in una società in costante e rapido cambiamento.

2. Il principio delle limitazioni

Lo scopo della pedagogia dovrebbe essere quello di mettere gli esseri umani in condizione di superare le limitazioni “innate” fornendo gli strumenti per farlo. Due sono le limitazioni:

a. L’essenza della natura umana che però spesso diventa pregiudizio sulla natura umana e quindi falsa limitazione, oppure un limite della mente umana viene considerato una realtà oggettiva (i concetti di mente e spazio che sono categorie e rappresentazioni prettamente mentali).

b. Le gabbie dettate dai sistemi simbolici che richiedono meta-linguaggi al fine di trascenderne i limiti.

3. Il principio del costruttivismo

Semplicemente la realtà si crea, non si trova o scopre, ma si costruisce  attraverso il processo del fare significato. In questo senso l’educazione dovrebbe fornire gli strumenti del fare significato e della costruzione della realtà, in modo che possano adattarsi al meglio al mondo in cui si trovano e, se necessario, cambiarlo. Al contrario capita che invece ci si arroghi il diritto di insegnare come il mondo è, come espressione del conservatorismo del tentativo di riprodurre la società così com’è, soprattutto nelle sue gerarchie di potere.

4. Il principio dell’interazione

Siamo la specie intersoggettiva per eccellenza. Ciò ci permette di negoziare i significati quando diventano ambigui. Noi cresciamo e impariamo attraverso uno scambio reciproco in contesti esterni alla natura dell’apprendimento, al contrario di tutte le altre specie. L’apprendimento è interazione.

5. il principio dell’esternalizzazione

Secondo questo principio la funzione principale di ogni attività culturale collettiva è quella di creare opere che abbiano un’esistenza propria. Esternalizzare il pensiero, ciò che è mentale, produce un’effetto di solidarietà, il senso della divisione del lavoro, mette in evidenza il progresso generale rispetto a quello individuale, genera discussione e confronto, crea modi di pensare comuni e negoziabili: rappresenta una testimonianza dei nostri sforzi mentali. La scrittura rappresenta la più importante forma di esternalizzazione dell’attività cognitiva 🙂

6. Il principio dello strumentalismo

L’educazione non è fine a se stessa, “pura”, ma fornisce abilità, modi di pensare, modi di sentire e di parlare che possono essere “vendute” nei mercati. Si può dire che l’educazione sia politicizzata: prima lo si riconosce, prima ci si confronta adeguatamente. Cosa importante: se non tutti devono essere dotati e preparati con le stesse attitudini, talenti e abilità, tutti invece devono essere ragionevolmente competenti nei rapporti interpersonali.

Talento e occasione si incontrano sulla base del punto 1 e 2.

7. Il principio istituzionale

L’educazione è immersa fino al collo nella lotta per le distinzioni. L’educazione è troppo importante con le sue immani potenziali ricadute sociali perché la si lasci ai solo educatori di professione, così come la guerra è troppo importante per lasciarla in mano ai generali (cit. Clemenceau). Come indica Pierre Bordieu, le scuole forniscono i “mercati” dove le persone scambiano le abilità, le conoscenze acquisite e i modi di costruire significato in cambio di “distinzioni” o privilegi. La scuola dovrebbe rappresentare l’istituzione che decide la distribuzione delle distinzioni. Bruner ambiva alla costituzione di un comitato per la riforma dell’istituzione scolastica che coinvolgesse gli insegnanti nella condivisione, in quanto poi loro agenti operativi dell’attuazione della riforma scolastica stessa.

8. Il principio dell’identità e dell’autostima

L’aspetto più universale dell’esperienza umana è il, l’identità. L’educazione è essenziale per la sua formazione e non bisognerebbe mai dimenticarlo (come invece avviene). Due sono gli aspetti del da tenere presenti:

a. La capacità di azione, ovvero iniziare e portare avanti in autonomia un’attività. Il successo e il fallimento sono i principali elementi che nutrono lo sviluppo del sé che spesso sono stabiliti da criteri esterni a noi.

b. La valutazione: tendiamo cioè a valutare le nostre azioni rispetto all’intento prefissato. Il misto di efficacia e valutazione può essere chiamato autostima a cui la scuola è sempre troppo poco attenta.

La ricaduta di questo è a dir poco devastante sugli sviluppi di una cultura e di quali altri “mercati” si avvantaggino di questa carenza.

9. Il principio narrativo

Le storie adempiono al ruolo di creare versioni del mondo in cui ciascuno può immaginare un posto per sé stesso. La narrazione è una modalità di pensiero e veicolo del fare significato. Si contrappone al pensiero logico-scientifico. Solo la narrazione però permette di costruirsi un’identità e trovare un posto nella propria cultura. Per questo la capacità narrativa non dovrebbe essere messa in secondo piano.

A cosa ti hanno fatto pensare all’interno della tua vita ed esperienza questi principi? Come ti/li collocheresti? Aspetto i tuoi commenti!

Alla tua Evoluzione

Bibliografia:
La cultura dell’educazione, nuovi orrizonti per la Scuola” – Jerome Bruner

P.S.
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Il Dr Emilio Gerboni è Psicologo-Psicoterapeuta, formatore e Coach. ideatore del modello di Psicologia Evoluta, dirige i centri nelle sedi di Bologna e Pescara. Specialista in Psicoterapia Breve Strategica, Ipnosi Ericksoniana, EMDR, Schema Therapy e Psicoterapia Evolutiva. E' inoltre un songwriter con all'attivo due dischi e varie collaborazioni musicali.

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